5. Un’aureola di troppo

(biografia tratta tratta da San Gabriele dell’Addolorata , Pierino Di Eugenio , ED. San Paolo, 1997)

       Una pietra di mezzo metro quadrato bucata come una forma di emmenthal. E’ l’oggetto che maggiormente incuriosisce e polarizza l’attenzione del visitatore che indugia tra i cimeli custoditi nel piccolo museo attiguo alla cameretta del transito.

       Si tratta della lastra tombale che chiudeva il sepolcro di Gabriele, raschiata e traforata dai devoti con ferri, trapani e temperini per portarsi a casa almeno una scheggia di reliquia.

       Se i passionisti non si fossero affrettati prima a proteggerla con vetro, nel 1908, e poi a rimuoverla del tutto a quest’ora non ne sarebbe rimasta traccia alcuna. Non c’è problema, suppliscono egregiamente le polveri del sepolcro.

       Nello stesso museo è esposta una primitiva immagine stampata a Campli, Teramo. Raffigura, il santo con l’aureola quando la Chiesa non l’aveva dichiarato ancora venerabile. Vietatissimo. Ma i devoti già invocavano:

<< Santissimo san Gabriele, prega per noi >> facendo rabbrividire la veneranda canizie dei teologi.

       Il sorriso sulle labbra pur nella morte all’alba e la giovinezza ancor più di spirito che anagrafica hanno ben presto meritato a Gabriele il titolo di <<santo del sorriso>>.

       E dire che tutto sembrava congiurare per affossarlo nell’oblio. Calato nella tomba comunitaria, sopraggiunse un silenzio aggravato da anni particolarmente tristi.

       Nel 1866, quattro anni dopo la sua morte, per l’iniqua legge di soppressione degli istituti religiosi la comunità fu costretta a emigrare in Puglia. Il convento venne requisito dal convitto nazionale di Teramo che lo trasformò in sede  per ferie estive.

       Anche la comunità di Giulianova fu sfrattata e quindi i passionisti dovettero abbandonare l’Abruzzo. Pareva proprio la fine. Umanamente parlando.

 

 

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